Un risveglio kafkiano.
Apro gli occhi e c’è ancora quella crepa sul soffitto.
La pioggia a Stoccolma è come il senso di colpa, ci devi fare i conti tutti i giorni, non puoi posticipare. Toc – toc. Questo deve essere il tipo della reception che vuole che me ne vada dalla stanza. « Ora me ne vado! » gli urlo senza tatto né finta cortesia. Lui la smette di bussare e mi lascia ancora qualche secondo per alzarmi e mettere insieme le mie cose. E lo farei se non fosse che non mi
sento più le gambe.
Voglio spostare le coperte. Forse ho dormito in una posizione stupida e l’afflusso di sangue si è fermato per qualche ora. Non capisco perché anche spostare le coperte sembra così difficile, così fuori dalla mia portata. Le braccia non rispondono come in uno sciopero globale degli arti. « Che minchia sta succedendo? »
Non guardo più la crepa. Una volta ho letto di un tizio che si é svegliato nella vasca da bagno di un hotel senza la milza e tutti e due i reni. L’articolo diceva che era una cosa piuttosto comune in Sud America. La sera esci con una bella ragazza e
la mattina dopo sei l’ennesimo sponsor di una qualche famiglia benestante che si è rivolta alla sezione black market di Ebay. Ma io non sono in una vasca da bagno e soprattutto non sono in Sud America. Mi sforzo di girare la testa per vedere se le mie braccia sono ancora dove le ho lasciate ieri sera prima di addormentarmi. Anche il collo non risponde bene ai comandi del mio sistema nervoso.
Sono paralizzato dalla testa in giù. «Cazzo».
Cerco di spostare lo sguardo per vedere fin dove riesco ad arrivare. Come diceva
Cartesio: “cogito ergo sum” e io cogito, cogito di brutto, quindi sono. “Giusto?” “Sono, non è che si tratta di quei sogni premorte alla Lost, vero?” C’è solo da capire cosa sono. Magari sono diventato un tronchetto della felicità. Bei cazzi. L’unica cosa che riesco a vedere sono le macchie rosse per terra. Vuoi vedere che dei fottuti pazzi colombiani sono venuti fino a Stoccolma solo per tagliarmi a pezzi e lasciarmi paralizzato come uno stronzo in questa camera d’hotel? Magari è per i tatuaggi, come in quel film.
«Cazzo, cazzo, Cazzo».
Ora che ci faccio caso c’è un odore strano nell’aria. Mi sforzo di capire cosa sia, annuso profondamente per cercare la nota metallica del sangue, ma non la trovo. Bene. Annuso ancora e mi ricordo questo profumo. Sembra di essere nelle cucine di McDonald o qualcosa di simile, come se qualcuno che abbia mangiato un centinaio di Big Mac ti avesse appena fatto un bel rutto in faccia. Uno di quelli con anche il soffio. Io un centinaio di Big li ho sicuramente mangiati in questa settimana. Con quello che costa Stoccolma, Mac è il posto coi prezzi più no-global di tutti.
Forse è questa la ragione.
Che abbia contratto una strana malattia per colpa dei panini? Una di quelle malattie rare alla Dr. House. Il primo caso umano a disposizione delle multinazionali per pilotare una crisi nel settore dei fast food. Non riuscendo a muovermi in nessuna direzione, inizio a dondolarmi, spostando tutto il peso prima da una parte e poi dall’altra. Destra e sinistra. Devo chiamare aiuto, anzi urlarlo. Grido e continuo il movimento basculante. Il tipo dell’ostello mi chiede cosa succede e se mi sento male. «Male? Mi prendi per il culo? Io sto una merda, non riesco neanche a muovermi». Gli urlo di chiamare un’ambulanza. Intanto continuo a cercare di buttarmi giù dal letto. L’inserviente prova ad aprire la porta, ma è chiusa a chiave. Mi dice che sta andando a prendere il passpartout.
“Chissà se potrò avere ancora dei rapporti sessuali” questa è la mia prima preoccupazione.
Il dilemma se si tratti di una paralisi temporanea o permanente mi fa sudare freddo. Non riesco a sentirlo, ma sono sicuro di avere il buco del culo contratto per la paura. Sento dei rumori. Il tipo dell’ostello sta finalmente aprendo la porta della camera, quando i miei sforzi di buttarmi giù dal letto vanno a buon fine.
Vedo da vicino le macchie rosse sulla moquette. Non è sangue, è ketchup. La porta si spalanca e il tizio dell’hotel esplode in un urlo assordante, come un antifurto, ma di terrore. Uno di quelli acuti, da ragazza. «Che cazzo ti urli brutto stronzo?»
Lui corre per scale gridando come un ossesso. Io inizio a prendermi veramente male, non urlava per avermi visto nudo, questo è sicuro. Davanti a me, alla fine della superficie di moquette, si erige uno specchio. Guardo la mia immagine riflessa e per poco non svengo.
Pane con sopra del sesamo, hamburger, cetriolini , cheddar e ancora pane, ancora hamburger, lattuga, pomodori e infine un ultima fetta di pane. Il tutto cosparso di ketchup. Aggiungeteci due occhi e una bocca e quello sono io.
Un fottutissimo Big Mac umano.
Ora capisco la reazione dell’inserviente. Ora la mia domanda sulla possibilità di avere dei rapporti sessuali ha una risposta: a meno che non esista una confezione umana di patatine, la vedo dura.
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postato da loslambros
